Alla scoperta di Giannutri

Ogni Mercoledì e Domenica gita all’isola di Giannutri e in altri giorni su richiesta

E’ una gita aperta a tutti i subacquei e gli snorkelers.

Durante la nostra escursione verranno effettuate due soste in calette spettacolari ove sarà possibile nuotare in superficie con maschere pinne e boccaglio oppure avventurarsi in una delle nostre due bellissime immersioni, partecipare al battesimo del mare o al Discover Scuba Diving PADI, 

è possibile anche scendere a terra per circa 3 ore, previo acquisto del ticket richiesto dal parco pari a € 4.

 

 

Subacquea

L’isola ha notevole interesse per la subacquea, grazie alle pareti verticali ricche di gorgonie, spugne, coralli e tunicati, oltre ai due relitti denominati  Anna Bianca  e  Nasim e ad una delle più belle pareti del mediterraneo a Punta Secca.

Relitto del NASIM 

   

Il Nasim (Nasim II) era una nave da carico, costruita nel 1959, affondata durante la notte nel febbraio del 1976 proprio di fronte all’isola di Giannutri, in prossimità di Cala Maestra, a causa di una collisione contro gli scogli.

L’immersione sul relitto è impegnativa, può essere effettuata anche da sub ricreativi con il brevetto per le immersioni profonde Deep Diver, sorvolando il relitto e le automobili disperse sul fondale.

La nave trasportava automobili (ben 49) Fiat, Peugeot e Mercedes destinate al mercato nordafricano, oltre ad alcuni rimorchi.

Le automobili contenute nelle stive sono ancora là, quelle trasportate sul ponte sono cadute in mare a seguito della collisione e si trovano sul fondale digradante verso il punto dove si è adagiato il relitto, e creano il denominato “parcheggio”.

Nasim II, il Thistlegorm dell’Isola di Giannutri
Il relitto di cui stiamo per parlarvi ebbe una destino simile a quello del Thistlegorm la famosa
imbarcazione, affondata dalla aviazione tedesca nel 1941 a nord est di Shagh Rock in Mar Rosso e
poi scoperta dal comandante Cousteau nel 1956, oggi meta del turismo subacqueo di tutto il
mondo nelle acque egiziane.
Il Nasim II infatti navigava anche per motivi commerciali anche lui diretto verso l’Egitto la notte tra
l’11 ed il 12 febbraio del 1976 quando fece naufragio davanti a Cala Maestra un piccolo golfo
dell’Isola di Giannutri in Italia centrale ed anche lui oggi è divenuto famoso per essere il relitto delle
auto.
Giannutri è la più meridionale delle isole dell’arcipelago toscano, essa è posta tra il promontorio
dell’Argentario ed il Mar Tirreno che dà verso a la più grande Sardegna; è lunga 3 km e larga poco
più di 500 metri ed occupa una spazio di 2,3 chilometri quadrati.
Il suo azzurro mare fu meta dei naviganti sin dall’epoca degli Etruschi (popolazione italica
preesistente a quella dei Romani).
Il Nasim II, battente bandiera panamense, era partito dal porto di Livorno la sera dell’11 febbraio
alle 20:30 con un carico di 50 automezzi composto da 12 FIAT, 35 PEUGEOT e 3 MERCEDES sul
ponte e 16 rimorchi e 3 carrelli elevatori nelle stive diretta ad Alessandria d’Egitto.
Contrariamente a ciò che si potrebbe facilmente pensare non era una nave vecchia: era stata infatti
costruita in Gran Bretagana nel 1959 presso i cantieri navali Brooke Marine Ltd, varata poi il 13
aprile di quell’anno con il nome di ELK o LIYN (ci sono due fonti non corrispondenti), aveva due
robusti motori diesel costruiti in Svizzera a sei cilindri da 900 cavalli ciascuno che le potevano far
sviluppare una velocità di 14 nodi a pieno carico.
I naviganti di tutto il mondo, specie quelli europei, erano soliti dire che cambiare il nome ad una
imbarcazione non porti fortuna: questo è uno di quegli episodi in cui questa credenza popolare
sembra avverarsi.
Quella notte, lasciati gli ormeggi con il mare calmo ed un sottile vento di scirocco che concedevano
un’ottima visibilità al comando, procedeva lentamente lungo il canale di Piombino.
Giunta all’altezza del promontorio dell’Argentario la nave si venne a trovare davanti ad un muro di
pioggia improvvisa che rese la visibilità quasi nulla: nei pressi di Giannutri si era sviluppato un
improvviso vento di sud ovest violento e teso e quanto mai pericoloso; era il temuto Libeccio.
Il Mar Mediterraneo è un mare piccolo e chiuso, che insegnò nei millenni a navigare ad ogni
marinaio e non a caso qualcuno lo definì la culla della civiltà moderna.
Esso è in grado di dare vita ad una tempesta in un solo quarto di ora: le sue forze diventano
dirompenti proprio in quanto improvvise e molti marinai impararono che per navigarlo occorreva
saperlo prevedere bene.
Quella notte fu fatale per l’equipaggio del mototraghetto Nasim II.
Alle 04:30 del 12 febbraio 1976 la nave, che avrebbe dovuto passare ad est dell’isola, spinta dal
vento e dalle onde del mare, andò a sbattere contro gli scogli di Punta Pennello, al largo del
porticciolo di Cala Maestra di Giannutri.
Il violento urto provocò uno squarcio nella parte di prua della nave, che iniziò immediatamente a
imbarcare acqua.
Il comandante, forse nel disperato gesto di salvare la nave, tentò di invertire rotta bruscamente e di
portare il Nasim II ad incagliarsi nel basso fondale che sapeva esserci davanti a Cala Maestra per
evitarne il dannosissimo affondamento. La stretta manovra di virata non gli riuscì e le forze del
mare, aiutate dal moto di inerzia (o abbrivio) della andatura della nave, la inclinarono bruscamente
a sinistra (o babordo), cominciando a provocare le prime perdite del carico di automobili che erano
state poste sul ponte di coperta.
La tesi è provata dalla posizione della prua del Nasim, oggi orientata verso nord e non verso sud
come la rotta per l’Africa avrebbe dovuto imporre.
Dopo soli quindici minuti dal lancio del SOS la nave affondò, in una fossa sabbiosa di sessanta
metri di profondità, proprio davanti a Cala Maestra come detto e senza potersi più spostare.
Il signor C. Morbidelli, uno dei pochissimi abitanti dell’isola che quel giorno si prodigarono per
trarre in salvo i naufraghi, ricorda le operazioni con cui furono aiutati e sottratti al mare tutti i 17
membri dell’equipaggio.
La sua testimonianza ci dice che la nave prima urtò con la parte anteriore sulla costa rocciosa ed
infatti lo squarcio dell’acciaio sulla prua della nave è ancora oggi ben visibile.
La prima visita sott’acqua sul relitto si dovette rimandare sino alla fine di maggio del 1976, allorchè
i subacquei che scesero si trovarono davanti alla grande nave coricata su un fianco con una FIAT
132, una Peugeot ed una Mercedes ben chiaramente distinguibili. Qualcuno ne liberò le ruote di
scorta, che schizzarono pericolosamente verso la superficie ancora cariche di aria, altri si
impadronirono di sedili, sportelli e quanto altro si riusciva ad asportare dalle auto per poterli, una
volta lavati e ripuliti, rivendere come parti di ricambio.
Vi erano ancora nei loro posti: il radar, la tromba della sirena, oltre che un groviglio di cime a poppa
che si elevava sino a venti metri dalla superficie.
Allora si leggeva ben distintamente il nome della società armatrice: “NEPTUNIA”, oggi scomparso
per l’azione corrosiva della salsedine.
L’IMMERSIONE
A noi tocca visitare il relitto in una sola immersione, organizzata con un transfer lunghissimo in
giornata da Torino dove abitiamo sino a Porto S. Ercole vicino a Grosseto (quasi 600 km).
Arrivati sul posto il personale del diving che avevamo convenzionato per percorrere le circa 11
miglia nautiche di distanza che ci separavano dal luogo del naufragio ci informa che il gommone
che dovremo utilizzare ha un guasto, pur essendo comunque in grado di navigare.
Accettiamo lo stesso il rischio per il desiderio di documentare la vista di questo relitto che ci
incuriosisce ormai da anni.
Arrivati a Cala Maestra troviamo subito il luogo dell’immersione grazie al pratico pedagno che è
stato fissato in zona.
L’immersione però dovrà cominciare dalla parete antistante la riva, ad un centinaio di metri da essa
e che è la scarpata lungo la quale sono scivolate fuori bordo le prime automobili in quella notte di
tempesta improvvisa del 1976; qualcuno infatti ha battezzato questo punto come il “garage” proprio
per la presenza dei mezzi sparsi sul fondo sabbioso.
La visibilità di un mare unico come quello dell’isola, favorito dalla scarsissima presenza umana e
dalla assenza totale di siti industriali produttivi, concede al subacqueo di poter vedere la sagoma
della grande nave già sin dal fondo della parete a circa 35 metri di profondità, allorchè si incontra la
prima vettura capovolta.
Per la nostra immersione utilizzeremo tre circuiti aperti ed un solo chiuso (il mio) che non
dovrebbero consentire di percorrere tutta la visita, con partenza dal fondo della parete e
circumnavigazione di tutta la struttura del relitto, con il tempo di indugiare troppo sui dettagli.
In quanto propositore dell’esplorazione subacquea mi sento responsabile anche della sua buona
riuscita, oltre che della sua sicurezza: dopo aver tirato una sagola dalla parete al primo relitto quindi
per tracciare la strada, impongo un ritmo deciso alla lunga pinneggiata che dovremo compiere.
Il mare è turchino e, proprio come l’acqua trasparente che s’incontra in Mar Rosso sul Thistlegorm,
qui vi è una luce intensa che vanifica l’uso del flash per il nostro fotografo: il rischio è la
sovraesposizione.
Sono anni ormai che facciamo immersione assieme e ciononostante, prima di tuffarci in mare e
dopo aver risolto il piccolo problema di sostituzione o-ring sul mounth-piece del mio rebreather, ci
ricordiamo, ripetendole ad alta voce, tutte le procedure di emergenza e di comunicazione subacquee
che ci siamo date.
Il barcaiolo si è dimostrato all’altezza di assistere i subacquei, nonostante il grave e preoccupante
problema al motore della nostra imbarcazione.
Sott’acqua l’atmosfera è resa surreale dalla visione impietrita e fissata nel tempo di cose che
normalmente si vedono animate fuori da essa: le automobili riverse su di un fondo granulare quasi
filtrato come quello di alcune grotte di acqua dolce che abbiamo visitato in terra.
Nemmeno il passaggio di noi quattro subacquei con i nostri decisi movimenti di acqua provocati
dalle pinne smuove la polvere sul fondo.
Subito dopo il garage delle prime auto e dopo aver dato uno sguardo d’insieme alla enorme chiglia
della nave, appare maestosa la prua rivolta a nord verso l’isola; a lato di essa l’auto principalmente
fotografata da tutti subacquei che hanno il piacere di venire qua sotto.
Doppiando la prua si ha l’immagine forse più bella di tutta l’immersione: si scorge tutta intera la
sagoma dalla nave, con i suoi ponti in tek marino ancora integri sebbene ora pericolanti, il grande
albero di prua traverso ancora fisso nella sua sede ed il castello di poppa. Sul fondo e davanti ai
boccaporti delle stive di prora altre auto sparse sulla sabbia e sventrate dai saccheggi dei cercatori di
souvernirs.
La penetrazione nel relitto oggi è divenuta pericolosa a seguito di alcuni segnali di cedimento
strutturale del relitto abbastanza evidenti, per questo motivo la sconsigliamo a chi volesse fare
questa immersione in Italia.
Possiamo comunque testimoniare che, non trattandosi di una nave passeggeri, ma da trasporto, i
corridoi per il passaggio da una cabina all’altra sono molto stretti ed è quindi obbligatorio l’uso del
reel. L’unico ambiente relativamente largo dove non si incontrano particolari difficoltà è la sala
comando dove si possono notare le antenne di alcune aragoste.
Resta comunque ugualmente un gran piacere nuotare attorno a questo gigante integro riverso sulla
sabbia sul suo lato sinistro in mare trasparente ed illuminato.
Procedendo verso la poppa si incontrano le gru di carico, i boccaporti aperti con le scale che danno
alle stive ed agli alloggiamenti dell’equipaggio.
L’emblema del relitto del Nasim II e forse dell’intera immersione è però la grande elica che si vede
sulla poppa di dritta (o destra) del relitto con il grande albero di trasmissione che si allunga su
buona parte della chiglia proveniente dagli ingranaggi della sala macchine. Su di essa indugiano il
fotografo ed i subacquei in caccia di immagini da portare a casa.
Fatalmente si arriva al termine dei 30 minuti che ci eravamo programmati e le bombole con il mix
di fondo sono sul limite di riserva necessaria agli imprevisti: occorre ripercorrere la strada a ritroso
del nostro ritorno verso il pedagno che ci assicurerà una lenta e tranquilla decompressione.
Risalendo sulla parete che prima avevamo disceso ora vediamo anche alcune piccole entrate di
grotte sommerse che ci riserveremo di esplorare alla prossima immersione; ora occorre fare fronte
alla decompressione programmata, con i previsti cambi di gas per i circuiti aperti.
Da queste parti, come in tutto il Mar Mediterraneo e come la stessa storia del naufragio del Nasim
insegnano, possono presentarsi forti e fastidiose correnti improvvise che dobbiamo quindi cercare
di prevenire.
Ancora sulla cima del pedagno ripensiamo alle immagini fantastiche del Nasim II ed al fatto che ne
valesse veramente la pena fare tanti chilometri in autostrada con tante montagne scavalcate per
arrivarci.
Mario scorre l’anteprima delle sue fotografie sul display della camera mentre noi gli facciamo
assistenza e sicurezza tutt’intorno. I pesci nuotano liberi intorno a noi in un mare azzurrissimo ed
illuminato dal sole dell’estate.
Saliti in barca inizia il viaggio di ritorno verso terra che sarà reso lungo e faticoso dalla definitiva
avaria e rottura del motore del gommone che ci ha trasportati.
Lo staff del diving si è fidato troppo della sorte e noi con lui purtroppo.
Rientrati in porto dopo più di tre ore di viaggio, rimorchiati da un’altra imbarcazione di passaggio,
ci siamo cambiati per fare ritorno a casa a notte fonda, comunque felici di aver fatto una splendida
immersione e con la consapevolezza che la prossima volta sceglieremo meglio il diving
controllando accuratamente i suoi mezzi prima di partire.
Hanno partecipato all’immersione: Gherardo Biolla (circuito aperto), Giorgio Graglia (circuito
aperto), Mario Spagnoletti (circuito aperto) e Pierpaolo Montali (CCR)
SCHEDA TECNICA:
Nome: Nasim II
Tipo: nave da carico
Anno di costruzione: 1959
Cantiere: Broke Marine L.t.d
Armatore: Jupiter Stream Ship Company
Bandiera: Panamense
Lunghezza: metri 66,50
Larghezza: metri 11,60
Stazza lorda: 707,08 T.
Stazza netta: 360,61 T.
Apparato motore: 2 motori diesel Sulser
Cavalli asse: 1880
Eliche: 2
Velocità: 14 nodi

 

 

Relitto dell’ANNA BIANCA 

SCHEDA TECNICA
Nome originario: Vivien
Tipo: nave da carico
Anno di costruzione: 1921
Cantiere: A/S Marstal (GB)
Nazionalità: italiana
Armatore: Biagio Domenico Fevola e Anna Saliento di Monte di Procida
Lunghezza: 46,53 metri
Larghezza: 9,14 metri
Stazza lorda: 251 tonnellate
Motori: due diesel da 400 hp cad.
Eliche: due
Data affondamento: 03 aprile 1971
Causa affondamento: mareggiata
Carico: pietra pomice 

Il relitto dell’Anna Bianca giace all’interno della parte nord di Cala Ischiaiola, Isola di Giannutri, a circa cento metri dalla costa.

L’immersione si sviluppa tra i 32m ed i 52m e, nonostante la profondità massima raggiungibile, non è particolarmente impegnativa grazie al fondale di sabbia bianca (che riflette notevolmente i raggi del sole) ed alla ottima visibilità che raramente scende sotto i 30m.

Il relitto (che è pedagnato) è spezzato in due tronconi: la poppa (coricata sul lato di dritta) con la sala macchine è la parte meglio conservata; la prua è ridotta ad un ammasso di lamiere sparse sul fondo.

La storia dell’affondamento di questo piccolo mercantile lungo poco meno di 50 metri non è ancora chiara: fonti ufficiali dicono che sia affondato a causa di una terribile mareggiata che l’ha spinto fin contro gli scogli di Cala Ischiaiola.

Fonti ufficiose asseriscono invece che la nave sia stata fatta saltare in aria dall’equipaggio stesso (che si è messo tutto in salvo) per riscuotere il premio dell’assicurazione…..     

Nel momento dell’affondamento, la nave ha rilasciato parte del carico (pietra pomice) che è arrivato, sotto forma di polvere bianca, subito a riva: tanta fu la delusione degli abitanti del luogo quando capirono che non si trattava di droga…

 

Storia dell’ isola di Giannutri

L’isola di Giannutri, abitata occasionalmente durante l’Età del Bronzo, vide il suo massimo splendore in epoca romana, quando furono realizzati il porto e una villa lungo la costa occidentale dell’isola, quest’ultima costruita dalla famiglia degli Enobarbi. Terminati gli splendori di epoca romana, l’isola si trovò di fatto disabitata per molti secoli, essendo situata in mare aperto e avendo un territorio quasi piatto che non permetteva rifugi naturali in caso di incursione piratesche. Spesso gli stessi pirati vi sbarcavano per trovare covi temporanei nelle grotte dell’isola, in vista di assalti verso le coste della Toscana. Entrata a far parte dello Stato dei Presidi nella seconda metà del XVI secolo, i governanti spagnoli studiarono la possibilità di realizzare a Giannutri un sistema difensivo ma tali progetti non furono mai realizzati. Venne invece realizzato agli inizi dell’Ottocento dai Francesi durante il periodo napoleonico, in collaborazione coi reggenti del Regno d’Etruria, il Forte della Scoperta, del quale però non rimane più traccia. Nel 1861, quando l’isola era entrata a far parte del Regno d’Italia, venne costruito lungo la costa meridionale il Faro di Capel Rosso, per segnalare l’isola nelle ore notturne ai natanti in transito. Infine, l’isola venne assegnata al comune di Isola del Giglio della provincia di Grosseto.

 

Monumenti e luoghi d’interesse

In prossimità di Cala Maestra si trovano i resti di villa romana del II secolo d.C., edificata dai Domizi Enobarbi, antica famiglia senatoria di importanti commercianti della quale faceva parte Gneo Domizio, marito di Agrippina, madre dell’imperatore Nerone. Nonostante la rilevanza artistica e storica dei resti, la villa fino al 2004 era in mano a privati, al conte Gualtiero Adami (noto come Il Garibaldino), poi messa all’asta e salvata da Regione e ministero dell’Ambiente che esercitarono il diritto di prelazione.[3] Attualmente chiusa per restauro, nonostante il tempo e i vandali la stiano rovinando[4]. Si trovano anche i resti di un approdo di età romana.

All’estremità meridionale dell’isola si eleva il Faro di Giannutri, risalente alla seconda metà dell’Ottocento.